Dentro la guerra

20/02/2019 admin 6 min read

Dentro la guerra

20/02/2019 Mauro Abiti 6 min read

“Fu’ uno sbaglio di persone”

In fondo alla pista del piccolo aereoporto scorgo degli elicotteri da guerra, i famigerati Apache delle truppe U.S., mi torna alla memoria la strage di innocenti iracheni al mercato di Baghdad con i piloti americani che trucidavano i civili crivellandoli di pallottole.

“Fu’ uno sbaglio di persone” si giustificarono i generali americani, dopo la diffusione del video da parte di Wikileaks. Ora si fa sul serio, sono in un territorio ad altissimo rischio. Passato il controllo passaporto ed avuto il famoso timbro di ingresso per 30 giorni mi dirigo verso il centro di Erbil, dove ho prenotato una camera in hostello come base d’appoggio.

Attraversando a piedi la periferia della citta’ di Erbil, sventolano in ogni dove le bandiera del Kurdistan con il grande sole al centro, davanti al palazzo presidenziale di Barzani ci sono decine di Peshmerga in assetto militare, evito accuratamente di fotografarli memore dell’esperienza al border-crossing di Jaber al confine tra Giordania e Syria che mi costò otte ore di detenzione nelle segrete dell’ esercito giordano. Arrivato nella mia umile stanza, contatto immediatamente Abdallah per comunicargli il mio arrivo e decidere insieme quando provare a entrare a Mosul e Baghdad, con mio sommo dispiacere mi dice che è impegnato per i prossimi quattro giorni a Sulaymaniyya, quindi dovrò aspettare il suo rientro.

Avrò così l’occasione di conoscere meglio il popolo kurdo e la loro capitale, nel centro della città ci sono varie moschee e la maggior parte dei kurdi è di fede musulmana, al centro ce’ l’ antica e famosa cittadella del v secolo arroccata in un altopiano di 50 metri. La mattina del 29 Novembre incontro Abdallah ed è chiaro immediatamente dalle sue parole che la meta Baghdad è inaccessibile, 380 km con decine di check-point militari sparsi ovunque, o si hanno disponibili 5000/6000 dollari in contanti o è meglio desistere.

Quindi andrò a Mosul la capitale dello Stato Islamico fino al 2017, da Erbil sono circa 80 km, il visa non ce’ l’ho quindi il costo è di 500 dollari ( si dollari! La moneta qui è democrazia esportata USA). Non ho altre alternative, il mio arabo è molto, molto base e quindi accetto di pagare. Il 30 novembre 2019 ore 6.00 sono in viaggio con un iracheno un curdo e una giornalista canadese, direzione Mosul.

Iniziano, lungo la strada i primi check-point con i Peshmerga a presidiare con decine di uomini e mezzi militari i confini della regione autonoma del KRG, seduto posteriormente in un fuoristrada, smagh avvolto al collo, passo inosservato ai controlli. Il paesaggio che mi circonda è brullo e desertico nella lunga striscia d’ asfalto che collega le due grandi città del nord Iraq, entrati ufficialmente nel governatorato di Nineveh l’aria diventa difficile da respirare ci sono esalazioni di sostanze chimiche bruciate, petrolio, plastica e forse anche altro dopo gli intensi bombardamenti americani.

A 5 km dal centro, incrociamo la grande moschea di Saddam Hussein a lui intitolata negli anni novanta, il panorama è totalmente cambiato si vedono le classiche case mediorientali ma molto fatiscenti, persone lungo il ciglio della strada con carri e carretti di legno intenti a trasportare rottami di ferro le persone che vedo sono stremate dalla fatica e dal dolore.

Mosul è divisa sostanzialmente in due parti, tagliata dal fiume Tigri, la città vecchia è disabitata ridotta a macerie dopo la pioggia di missili USA e la battaglia tra il califfato e l’esercito kurdo-iracheno, nella parte ovest si è trasferita la popolazione civile con grandi disagi e sofferenze. Le macchine e mezzi militari creano un traffico caotico per atraversare l’unico ponte sul fiume Tigri che ci porta nella città antica e i check-point iracheni sono ovunque la tensione è altissima, da qui in poi la civiltà scompare, la visione che si presenta dinnanzi a noi è di quelle che lascia senza respiro, la distruzione è totale, edifici bombardati, anneriti dalle fiamme, fori di proiettili e RPG ovunque, qualche camion che porta via le macerie unico segnale di vita umana.

E’un momento molto triste pensando a tutte quelle persone che qui vivevano felici prima dell’attacco anglo-americano del 20 marzo 2003. Attraversando alcune vie cerco di fare molte foto per avere piu’ documenti possibili, ci sono anche le milizie iraniane in città che presidiano i quartieri, viaggiano in 6/7 su mezzi militari. Nel cuore di Mosul arrivo all’ antica moschea Al Nuri (il lucente), qui il 29 giugno 2014 Abu Bakr Al Baghdadi istituiva il califfato.

Proprio dalla moschea che ho di fronte con il minareto distrutto e la cupola in parte fatta esplodere, il califfo, faceva un lungo discorso politico-religioso, in questa sua narrazione una frase mi colpì particolarmente: “Non saremo in pace con noi stessi, fino a che non avremo piantato l’ultimo chiodo sulla bara di Sykes- Picot” ovviamente questa frase non fu’ riportata da nessun tg o giornale per informare gli europei di cosa trattava questo accordo segreto e capestro per l’ intero medio oriente, architettato da Francia e Inghilterra nel 1916.

Lo tratterò in maniera molto esaustiva nel prossimo reportage, con allegati documenti ufficiali dei governi. Riesco a parlare con alcuni signori i quali mi raccontano che l’ Iraq era bellissimo e sicuro quando c’era Saddam Hussein tutti conducevano una vita normale, il welfare e la sanità era all’avanguardia tra tutto il medio oriente ma il petrolio iracheno era nelle mire del Governo e delle compagnie petrolifere americane, faceva gola alla Exxon, alla Chevro, alla British Petroleum e ai banchieri.

Chiedo ad Abdallah se riusciamo ad andare alla diga di Mosul, 40 km piu’ a nord, per capire meglio come vengono spartiti i soldi per ricostruire il più’ grande manufatto del’ Iraq da parte della ditta ITALIANA Trevi, con appoggio politico e relative passerelle dei Ministri della Difesa italiani. Purtroppo ci attendono molti check-point sulla via del ritorno ed entrare in Kurdistan è molto più’ difficile che uscire, cosi’ dopo circa sette ore di permanenza prendiamo la lunga via del ritorno ma con tappa fondamentale al refugee camp di Mosul, ho portato nello zaino circa 100 penne, vari colori e 30 mini dizionari italiano-arabo con l’ alfabeto e frasi principali, fotocopiati dal mio libro del corso di arabo alla Ca’ Foscari, era una delle mie priorità far visita e portare un piccolo aiuto a questi bambini che stanno crescendo nel dolore e nella paura.

Abdallah e’ membro di una ONG e quindi tramite il suo tesserino riusciamo, dopo vari colloqui con il personale amministrativo e militare, ad entrare; lo spettro di un campo profughi è qualcosa di drammatico, ti tocca profondamente l’ anima e avercelo davanti per la terza volta dopo le esperienze di Al Zaatari e Al-Zarqa non toglie quel senso di disgusto, rabbia e tristezza per chi ha provocato tutto questo.Bambini in un campo profughi

Mi presento al personale che gestisce le relazioni pubbliche e consegno il materiale a Mohamed il responsabile, gli dico che questa è l’ Italia migliore, quella che non sarà mai serva e appiattita al dominio criminale a stelle e strisce.

E’ un incontro che non scorderò mai e penso neppure i volontari in mezzo a quel’ inferno che è diventata la Mesopotamia. E’ tardi ci aspettano altri 7/8 check-point così riprendiamo la strada per Erbil, sono distrutto, mi mancano ore di sonno e con la tensione di possibili attacchi con autobombe o cecchini lascio Mosul.

Guardando fuori dal finestrino la distesa desertica, mi tornano alla memoria le immagini dei due piloti ITALIANI Cocciolone e Bellini, inviati in Iraq a bombardare uno Stato che non ci aveva mai minacciato neanche con un fiammifero, contro la nostra Costituzione, controqualsiasi logica, eppure Saddam Hussein ce’ lì restituì vivi, loro avrebbero potuto nuovamente abbracciare i loro famigliari.

Domani il mio viaggio avrà come meta Sulaymaniyya e poi 18 ore di corriera nelle montagne attraverso la frontiera verso l’ Iran, popolo straordinario, dinamico, giovane e di una gentilezza assoluta ma questa è un’altra storia.

Mauro Abiti

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